Una lista di dieci anni fa racconta il fallimento degli ultimi 3 Mondiali più di ogni cosa: non ciò che abbiamo perso, ma ciò che non è mai arrivato
L’Italia ha bucato per la terza volta i Mondiali e la sensazione, anche stavolta, non è stata quella di un incidente ma di un conto che arriva alla fine di un percorso accidentato. Il calcio non mente, soprattutto quando si ripete.
Perché quando un risultato torna non è più un episodio, diventa una linea. E allora vale la pena fermarsi un attimo e guardare indietro, senza cercare alibi. E se vogliamo la risposta era già davanti ai nostri occhi dieci anni fa. Per la serie: eravamo infelici, ma non lo sapevamo ancora.
La grafica che vi mostreremo fra poco, datata appunto 2016, raccoglieva i migliori Under 21 italiani per valore di mercato. Doveva essere il punto di partenza di una nuova generazione. È diventata, col tempo, una fotografia molto più precisa di quanto si pensasse.
Il primo nome è Alessio Romagnoli, fresco di gol fondamentale per la finale di coppa Italia della Lazio. A occhio uno dei momenti più alti della sua carriera, a 31 anni, e forse abbiamo già detto tutto così. Certo, centrale affidabile, continuo, anche leader in alcune fasi della carriera. Ma mai un difensore capace di spostare davvero il livello nelle partite decisive. Un buon profilo, non un riferimento internazionale.
Subito dietro Gigio Donnarumma, l’unico vero grande exploit di questa lista. Lui ha fatto esattamente quello che prometteva, anzi forse ancora di più. Europeo vinto da protagonista, la Champions che è sfuggita a Buffon, anni da top nel ruolo.
Il problema è che intorno non è cresciuto lo stesso livello. Sensi aveva qualità e tempi di gioco, ma il fisico lo ha fermato proprio quando stava facendo il salto. Cristante e Pellegrini hanno costruito carriere solide, con responsabilità e continuità. Giocatori affidabili, ma quasi mai decisivi su scala internazionale.
Scorrendo gli altri nomi il quadro si completa. Portieri come Scuffet che non hanno mai trovato stabilità ad alto livello, attaccanti senza continuità, centrocampisti rimasti in una dimensione intermedia. Nessuno che abbia davvero alzato l’asticella del sistema.
Il calcio moderno è costruito su pochi giocatori che fanno la differenza. Puoi organizzarti, puoi lavorare bene, ma quando arrivi alle partite secche serve qualcosa che esca dagli schemi. La giocata che cambia, il dettaglio che rompe l’equilibrio.
Contro la Bosnia questo è mancato. Non è stata solo una questione di rigori. In quei momenti la partita si riduce all’essenziale, e lì emerge il valore individuale. L’Italia ha tenuto il campo, ha avuto equilibrio, ma non ha mai dato la sensazione di poterla chiudere con una giocata superiore.
Ed ecco che quella lista del 2016 torna attuale, e fa ancora più male. Non per dire chi ha deluso, ma per capire cosa non è mai arrivato. Per anni si è costruito un gruppo fatto di giocatori utili, intelligenti, anche affidabili. Ma senza quei due o tre elementi capaci di cambiare davvero le partite importanti.
Il risultato è questo. Non una caduta improvvisa, ma una traiettoria coerente. Un limite strutturale che emerge sempre negli stessi momenti, quando il margine si riduce e conta solo la qualità pura. Quella che scarseggiava parecchio nel 2016, a giudicare da questa lista proposta dal popolare portale Transfermarkt.
Adesso il punto non è cercare colpe singole. Il punto è capire se il prossimo ciclo avrà finalmente quei picchi che sono mancati. Perché senza quelli, il rischio è continuare a restare lì, a metà. Appena sotto il livello che serve per tornare davvero tra i grandi.
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