Dopo otto anni al comando, Gravina indica la strada per salvare il calcio italiano. Peccato che lo faccia solo adesso, quando non può più percorrerla
E alla fine arriva Gravina. Dopo 8 anni di FIGC, dopo due eliminazioni dal Mondiale e un record che difficilmente potrà essere battuto, sono bastati 5 giorni senza poltrona per far sì che l’ormai ex presidente tornasse alla carica. E che lo facesse con un documento rivoluzionario.
Subito dopo le sue dimissioni, Gravina aveva promesso che avrebbe pubblicato un documento che stava preparando e che denunciava i mali del calcio italiano. Problemi e soluzioni: un piccolo compendio su cosa non funziona nel calcio italiano e su come si potrebbe provare a rimetterlo in piedi. Con alcune osservazioni brillanti e alcune possibili modifiche che sono anche molto interessanti. Il problema però è un altro.
Quello di Gravina sarebbe un documento molto prezioso se arrivasse da un osservatore esterno, da un analista super partes che guarda il sistema da fuori e ne individua i difetti. Non da chi quel sistema l’ha gestito per 8 anni e ora vuole che lo cambi qualcun altro. Otto lunghi anni in cui il calcio italiano è scivolato sempre più giù, fino all’ennesima figuraccia azzurra, e nei quali molti dei problemi elencati nella sua relazione erano già sotto gli occhi di tutti.
Per questo il documento che lascia in eredità produce una sensazione quasi surreale. Da un lato è difficile negare che dentro ci sia una fotografia molto lucida del sistema. Dall’altro è inevitabile chiedersi come sia possibile che un presidente federale resti al comando per quasi un decennio e scelga di mettere nero su bianco le sue riforme più ambiziose soltanto nel momento in cui non ha più il potere di realizzarle.
Nella relazione c’è praticamente tutto. C’è una Serie A sempre più anziana, “con un’età media dei calciatori schierati in campo di 27 anni, l’ottavo torneo più anziano in Europa, peggio di Inghilterra, Germania, Francia, Olanda, Portogallo, Norvegia, Belgio”.
C’è il tema dei pochi italiani in campo, certificato da un dato che pesa più di qualsiasi slogan: nel campionato in corso i calciatori non selezionabili per la Nazionale italiana hanno occupato il 67,9% dei minuti complessivi. C’è poi il nodo economico, con un sistema che produce meno di quanto spende e che spesso finisce per inseguire soluzioni più rapide che strutturali, come ad esempio acquistare stranieri a basso costo invece di puntare sugli italiani.
Nel documento trovano spazio anche il ritardo sugli stadi, l’assenza di investimenti adeguati nei settori giovanili e soprattutto l’incapacità cronica di fare sistema. Federazione, Leghe, club, istituzioni: ognuno continua a muoversi secondo la propria convenienza, senza una strategia comune. Il risultato è un calcio ingessato, dove tutti parlano di rilancio e intanto nessuno riesce davvero a spostare gli equilibri.
Fin qui, va detto, Gravina non dice nulla di campato in aria. Anzi, il problema è quasi l’opposto: dice cose vere, che nel calcio italiano circolano da anni e che ormai sono diventate persino ovvie. Proprio per questo la domanda sorge da sola: perché solo adesso?
La parte più curiosa della relazione è quella dedicata alle soluzioni. Gravina propone di destinare al calcio una quota del gettito delle scommesse, con vincoli di spesa su infrastrutture, settori giovanili e contrasto alla ludopatia.
Chiede l’abolizione del divieto di pubblicità per gli operatori del betting, giudicato inefficace. Torna a spingere sul ripristino del Decreto Crescita per rendere più competitivo il calcio italiano nell’ingaggio di professionisti dall’estero. Aggiunge crediti d’imposta per investimenti sui giovani e sugli impianti, oltre a riforme per il settore arbitrale e per l’assetto dei campionati.
Ora, alcune di queste idee si possono discutere, altre possono piacere di più o di meno, ma il punto politico e narrativo è un altro. Sono proposte che arrivano nel momento più comodo possibile, cioè quando Gravina non può più attuarle. Ed è impossibile non notare l’ironia della situazione: il presidente che ha guidato il sistema per otto anni scopre davvero come salvarlo soltanto all’uscita di scena.
In un altro contesto sarebbe quasi una trovata comica. Qui invece è il ritratto perfetto del nostro calcio, che spesso trova la chiarezza solo quando non serve più, o quando chi parla non ha più il peso per incidere davvero.
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