Dopo ogni eliminazione il copione si ripete sempre uguale. Si cercano spiegazioni lontane mentre il problema è sotto gli occhi
Italia fuori dal Mondiale. Di nuovo. E la tentazione è sempre la stessa: allargare il discorso fino a farlo diventare ingestibile. Il sistema, i vivai, gli stranieri, la cultura sportiva. Tutto giusto, per carità. Il calcio italiano ha problemi strutturali evidenti e non da ieri. Su questo non ci piove.
Però poi bisogna anche avere l’onestà di fermarsi un attimo e guardare il caso specifico. Perché per battere la 71 e la 66 del ranking FIFA non serve rifondare il sistema. Non serve una riforma dei vivai, non serve una rivoluzione culturale, non serve neanche avere una generazione di fenomeni.
Serve semplicemente giocare meglio a pallone.
E invece lì l’Italia ha fatto male in tutto quello che poteva controllare. Dalle convocazioni alle scelte tecnico-tattiche, fino alla gestione emotiva della partita. Anche perché poi, quando ti carichi da solo di una pressione enorme, quando trasformi ogni conferenza in un richiamo al veleno, alla partita della vita, al dentro o fuori continuo, il rischio è che quella pressione ti si ritorca contro.
Ed è esattamente quello che è successo.
Gattuso ha finito per costruire un contesto più pesante del necessario, e quella tensione, frutto probabilmente anche di traumi personali, si è vista tutta in campo. Nelle scelte, nei cambi, in una squadra che a un certo punto ha smesso di avere un’idea riconoscibile e si è limitata a sopravvivere.
E allora sì, prima di parlare del sistema, bisognerebbe parlare di questo. Perché certe partite le perdi anche senza bisogno di tirare in ballo tutto il resto.
Poi però il resto esiste davvero. E ogni tanto vale la pena entrarci, ma scegliendo bene dove mettere le mani. In mezzo al solito discorso di Aurelio De Laurentiis, pieno di attacchi alle istituzioni e battaglie personali che ormai conosciamo a memoria, c’è un passaggio che invece incrocia davvero il problema della Nazionale.
“Si gioca troppo, così distruggiamo i calciatori”. E ancora: “Se torniamo al 1986 avevamo 16 squadre in Serie A, oggi continuiamo a volerne 20”.
Ecco, questo è un punto serio. Perché oggi la Nazionale è diventata una specie di parentesi nel mezzo di una stagione infinita. Una pausa forzata, quasi un fastidio. Un po’ come quando vai a trovare quella zia a cui vuoi bene, ma sai già che dopo mezz’ora inizierai a guardare l’orologio.
I calciatori arrivano stanchi, spesso acciaccati, con la testa già alla prossima partita di club. Si allenano due giorni, giocano, ripartono. Non c’è tempo, non c’è continuità, non c’è costruzione. E non c’entrano gli stage, non c’entra il protezionismo sugli italiani in campionato, non c’entra nulla di tutto ciò. C’entra che c’è bisogno del tempo giusto da dedicare a qualcosa, se vuoi farla crescere bene.
Quando De Laurentiis dice che servirebbe “dare due mesi alla Nazionale per allenarsi come si deve”, sembra la solita esagerazione. In realtà sta semplicemente fotografando un problema, seppur a modo suo: il calendario ha mangiato tutto il resto.
Ridurre la Serie A a 16 squadre, da questo punto di vista, non è una nostalgia romantica. È uno dei pochi modi concreti per restituire non solo spazio alle Nazionali, ma anche più leggerezza mentale ai calciatori. Meno infortuni, meno problemi, più tempo per concentrarsi su tutti gli impegni. Perché non ci venite a raccontare che non abbiamo battuto la Bosnia – 66ma nel ranking FIFA! – perché troppo scarsi. E no. Evidentemente il problema è altrove.
Poi è chiaro che non basta. Non è che tagli quattro squadre e torni a vincere i Mondiali. Però almeno smetti di trattare la Nazionale come una parentesi scomoda. E già quello, di questi tempi, sarebbe un bel passo avanti.
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